Archivio Ottobre 2011

Non era ancora passato
un anno dal 15 luglio
1903, giorno in cui
l’autovettura francese “Vermorel”
del signor Efisio Manunza
era giunta da Sestu a
Cagliari ed aveva seminato il
panico fra i frequentatori serali
della via Roma, che un
ben più impegnativo raid automobilistico
si svolse interessando
tutta l’isola: dal 26
aprile al 6 maggio 1904, esattamente piu’di
un secolo fa, il direttore
generale del Touring
Club Italiano, Federico Johnson,
sbarcato con la sua Isotta
Fraschini 16 HP a Golfo
Aranci scorrazzò su e giù per
l’isola, percorrendo ben 2700
chilometri senza alcun inconveniente.


Tanto significativa fu
l’impresa che due fra i suoi
compagni di viaggio, Achille
Negri ed Emilio Wulfing, con
la collaborazione di Ottone
Brentari, al termine scrissero
un libretto intitolato “Attraverso
la Sardegna in automobile”,
corredato da numerose
fotografie. Il libro originale è
ormai introvabile, ma nel
1990 la Gia Editrice ne curò
una riedizione anastatica.
In occasione dell’anniversario
del secolo ci si deve
chiedere, in primo luogo,
quali fossero le motivazioni
che indussero il Touring Club
ad organizzare un simile
viaggio. All’epoca i soci del
Tci, numerosi anche in Sardegna,
erano, in gran parte,
appassionati ciclisti o, come
si direbbe oggi, “cicloturisti”,
cioè non interessati all’agonismo
ma all’utilizzo del loro
veicolo per gite, più o meno
lunghe, per l’Italia, eventualmente
utilizzando, per i trasferimenti
più lunghi, anche
il treno.

 

L’Associazione spingeva
molto per la realizzazione
di strade ed infrastrutture
di trasporto moderne, che
consentissero agevolmente di
viaggiare per conoscere la nazione
ed i paesi esteri. Una
concezione avanzata del
“viaggiare” che quindi guardava
con interesse allo sviluppo
dell’automobile. Non è un
caso che il Tci operò a lungo
per migliorare le condizioni
della rete stradale, sponsorizzando
in particolare la segnaletica,
allora del tutto facoltativa
e priva di qualsiasi
uniformità (si pensi che le distanze
erano indicate in “miglia”
locali, in vigore prima
dell’unificazione dell’Italia, e
differenti da regione a regione).
Il viaggio in Sardegna, regione
ancora priva di automobili
(a parte la Vermorel di
cui si è detto, peraltro giunta
casualmente a Sestu in quanto
vinta ad un concorso)
avrebbe dimostrato, se coronato
da successo, le notevoli
possibilità dell’automobile ed
in particolare la sua efficacia
e versatilità anche in assenza
di adeguate infrastrutture
stradali ed automobilistiche.
Allora, come oggi, il principale
merito dell’automobile
veniva identificato nella possibilità
di programmi di viaggio
del tutto liberi e svincola-
ti dalla necessità di rispettare
orari ed itinerari prefissati.
Un altro importante servizio
che l’automobile avrebbe potuto
svolgere sarebbe stato
quello postale, particolarmente
carente in Sardegna.
Inoltre si sarebbe potuto effettuare
congiuntamente anche
il trasporto di persone,
con ulteriori vantaggi e risparmi.
Si consideri infatti
che, a parte le località servite
dalla ferrovia, per il resto ci
si doveva rivolgere, nel migliore
dei casi, alle diligenze
a cavalli, se non al carro a
buoi. Il commendator Johnson,
partito da Milano il 22
aprile, sbarcò a Golfo Aranci
il 26, dopo aver effettuato la
traversata da Civitavecchia a
bordo del piroscafo Candia, e
subito dovette caricare “il”
suo automobile (all’epoca si
usava ancora il vocabolo al
maschile) su un treno speciale
diretto a Terranova Pausania
(oggi Olbia): fra le due località
infatti non esisteva ancora
la strada. Ad un inizio
così poco promettente fece
però seguito un ottimo viaggio.
Accolti da tutte le autorità
e dai ciclisti del Touring
Club, verso le 10 di mattina i
“turisti” partirono alla volta
di Calangianus, Aggius e
Tempio, dove giunsero nel
primo pomeriggio. Nei giorni
successivi l’automobile corse
per l’isola senza mai fermarsi:
Palau, Maddalena e Caprera
il 27 (e quindi con nuovi
traghettamenti, di cui possiamo
immaginare le improvvisate
operazioni di carico
e scarico e lo stupore di
chi vi assistette); Sassari il
28; fino ad Alghero e Bosa il
29, per giungere addirittura
a Cagliari, dopo aver visitato
Oristano e Sanluri, il 30 aprile.
Il giorno successivo era
previsto il secondo convegno
turistico sardo, che il consolato
cagliaritano del Touring
Club volle far coincidere con
la festa di Sant’Efisio e con la
presenza a Cagliari dell’automobile:
e gli automobilisti assistettero
alla sagra, della
quale fu dato ampio resoconto
nel libro. Di sera si tirò fino
a tardi, come testimonia il
cronista dell’Unione Sarda:
«alle 21 di ieri ebbe luogo il
banchetto offerto nell’albergo
cagliaritano dai soci del
Touring. La geniale riunione
si sciolse alle 24».
Il 2 maggio si visitò il Campidano
di Cagliari (Pirri,
Monserrato, Quartucciu e
Quartu), con grande interesse,
come lo stesso cronista riferì:
«anche ieri mattina la
carovana dei turisti era imponente:
motociclette, bicicli,
l’automobile del comm.
Johnson, vari legni: quell’insieme
armonioso e simpatico
che ha destato ragionevolmente
l’entusiasmo dei cagliaritani.
A Monserrato anche
i braccianti più poveri
sacrificarono mezza giornata
di lavoro ansiosi com’erano
com’erano
di ammirare i nuovi prodotti
della civiltà e del progresso… 
»
Il giorno successivo fu dedicato
al Sulcis Iglesiente, con
la visita alle miniere ed alla
Grotta di San Giovanni a Domusnovas,
giungendo poi fino
a Portoscuso, Teulada e
Pula. Il 4 un’altra bella “tirata”:
da Cagliari a Sorgono. Ed
il giorno dopo tappa a Nuoro
e visita di Fonni. Ma il tempo
stringeva, ed il 6 maggio, lasciata
Nuoro, transitando attraverso
il Goceano, si raggiunse
Ozieri e da qui Monti e
Terranova da dove, ripreso lo
stesso treno speciale del viaggio
di andata, si raggiunse il
porto di imbarco. Johnson,
sempre guidando la sua Isotta
Fraschini, rientrò a Milano
il successivo 14 maggio. Un
programma di viaggio che, a
ben vedere, non appare affatto
differente da quello che potrebbe
seguire un attuale visitatore
sbarcato con la sua
moderna autovettura) al porto
di Olbia. Certo, il comfort è
ora ben diverso, i costi del
viaggio inferiori, gli spostamenti
sono più rapidi ed il turista
avrebbe più tempo a disposizione
per rilassarsi e fare
un po’ di shopping… se
pensiamo però che sono passati
100 anni e che, a quanto
sappiamo, in quei giorni erano
presenti in Sardegna, solo
due (due!) automobili, beh si
potrebbe quasi parlare di un
“prodigio”. E la consapevolezza
di essere testimoni di un
evento quasi prodigioso ben
lo manifestarono tutti coloro
che, forse senza neppure esserne
informati in precedenza,
videro transitare con il
moderno “mostro”, chiamato,
di volta in volta, “sa carrozza
de fogu”, oppure, con
storpiature involontariamente
umoristiche, “ottomobile”,
“sottomobile”, “dottormobile”,
“gattomobile” ed infine
con quella definizione, ancora
oggi ricordata di “sa carrozza
senza quaddu”.
Dal volumetto “Attraverso
la Sardegna in automobile” ci
si sarebbe potuti attendere
una cronaca di viaggio un po’
noiosa, infarcita di dettagli
tecnici e motoristici, ed invece
ne emerge un quadro della
Sardegna e dei sardi talmente
schietto e pieno di intuizioni
così attuali e prive di
pregiudizi da mettere in ombra
certi resoconti, non troppo
amichevoli, di altri viaggiatori
e letterati più illustri.
Poiché il veicolo a motore non
è fine a sé stesso, né i “turisti”
vogliono battere record di velocità
o stupire per la loro impresa,
ciò che conta è dimostrare
che un mezzo del genere
rende agevole il viaggiare e
consente di conoscere e comprendere
genti, luoghi e tradizioni.
Siamo solo nel 1904, e
dopo un secolo quanti ancora
non lo hanno capito. Per questo
il Touring Club diede un
significativo segnale a tutti i
sardi che avevano a cuore lo
sviluppo dell’Isola.

Tratto da  L’UNIONE SARDA 26 aprile 2004 sez. CULTURA.

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BAUNEI. È successo in una fredda notte d’inverno: «Mi ritrovai di fronte un cinghiale enorme, un bestione grosso così». Allarga le braccia nel racconto accorato, ma due braccia non bastano per mostrare il fantasma della bestia. Che sembra rivivere all’ombra delle parole ancora impaurite di signora Bice. «Meno male che avevo una torcia appresso» sospira la donna liberandosi di un peso che le stringe la gola. Poi continua e ricostruisce la scena vecchia di oltre mezzo secolo. Fazzoletto stretto sotto il mento, a coprire gli orecchi, piccoli nella chioma dorata. Fronde di carrubo a picchiare sul viso giovane appena sbarcato dal Continente. E il gelo. Quello secco delle montagne d’Ogliastra. Quando all’improvviso spuntano nel buio gli occhi insanguinati del cinghiale: «Non sapevo cosa fare. D’istinto mi segnai in tutta fretta». Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Così come aveva fatto poche ore prima davanti al parto di una donna di Triei.
Uno dei tremila parti segnati nel registro dell’ostetrica Filomena Bice Ravarotto, per tutti semplicemente «sa levadora», la levatrice. Trentotto anni suonati ad assistere donne gravide nei paesi del circondario. A portare alla luce migliaia di bambini. Lei che di bambini ne ha fatti due, affidandosi, nel momento della nascita, alle mani della sua collega di Tortolì: Caterina, nel 1954, oggi a Cagliari; Roberto, nel 1956, rimasto invece a Baunei. Tra l’una e l’altro, un aborto.
Nata a Santa Croce, frazione di Sermide, a pochi chilometri dalla città lombarda dei Duchi, Mantova, la giovane Bice aveva compiuto da alcuni mesi il suo ventisettesimo compleanno, quando alla clinica ostetricia dell’ospedale di Verona arriva il risultato dell’ultimo concorso: settecento aspiranti levatrici pronte a partire lungo tutto lo stivale della nuova Italia repubblicana. Lei, l’assistente modello Ravarotto, si piazza prima nella lista. E la destinazione è immediata: Sardegna. «Dove avevo un’amica, a Orotelli». Anche se la sua meta è in quel dell’Ogliastra, sulla costa orientale dell’isola, a rientrare verso l’interno, fino alle montagne del Gennargentu. Così dicevano le carte dell’epoca. «Arrivai a Baunei il 20 dicembre 1947. Avevo lasciato Mantova che c’era un metro di neve».
Seduta su una sdraio, con i ferri della maglia poggiati sul marmo della finestra, davanti a uno sterminato quadro che apre su tutta la vallata, signora Bice è già immersa nel lungo viaggio della memoria. Minuta e stretta su se stessa ripete più volte con voce sicura: «Qui siamo a cinquecento metri di altitudine. È un posto favoloso. Per questo mi sono subito innamorata di Baunei, fin dal primo giorno». Gli occhi le brillano al solo pensiero di quella data alla vigilia del Natale.


«Niente miracoli»
«Appena arrivata a Baunei, vengo giù dalla corriera e trovo il sindaco ad aspettarmi con i carabinieri in divisa e un sacco di gente in ansia, trepidante alla fermata davanti alla parrocchia. C’era un’emergenza e dovevo sbrigarmi: una donna di cinquant’anni, la signora Lenzi, stava per partorire. Presto, presto, mi dicevano. Sia chiaro, risposi: io miracoli non ne faccio. Mi portarono subito a casa della partoriente. La misi sul tavolo, perché sul duro si lavora meglio. E in mezz’ora me lo fa. Un bel bimbo! La fortuna mi ha assistito fin da quel primo giorno».
La sera stessa, la nuova levadora giunta dopo quasi due anni di vuoto lasciati dall’ultima ostetrica in forze a Baunei, una certa signora di Modena, la Ravarotto chiede alloggio alle suore «e dormo lì. L’indomani mattina andai in chiesa per la messa e poi a visitare il cimitero del paese». Quello fu solo l’inizio di una vita in Sardegna. Da allora, pur tra mille e mille altri problemi, mai un parto andato male. Molti quelli podalici, solo due o tre i cesarei. Anche se la natura spesso ha portato al mondo strani esseri con un cuore che ha smesso di battere pochi istanti dopo l’arrivo sulla terra. Creature anche quelle. «Una volta una ragazza mi partorì un bambino calcificato… »: signora Bice ferma qui le immagini, taglia corto e blocca la pellicola del film vissuto davanti al dolore di una donna tradita dopo nove mesi di speranze e illusioni vane.


«Un marito d’oro»
Si sa poi e si è sempre saputo che quando tutto va bene è Sant’Anna ad avere i meriti. Quando ci sono ostacoli, invece, la colpa è dell’ostetrica. Anche se questa, prima di ogni travaglio si ferma a pregare con la corona del rosario stretta forte tra le mani. «Del resto anche mio marito non si stancava di ricordarmi che il parto è una tomba aperta. Lui diceva sempre: se perdo io un milione posso rimetterlo di tasca, ma se tu perdi una donna, cosa succede?». Lui, Franco Menghini, parlava da bancario: a Baunei aveva aperto il primo sportello del Banco di Sardegna. «Chiedeva mille lire a un pastore, mille lire a un altro, così aveva iniziato».
Perché con il primo stipendio in tasca, la signorina Bice era ripartita già il 3 febbraio 1948 incontro al suo fidanzato, conosciuto quattro anni prima, mentre i Tedeschi scavavano fosse comuni per i morti di guerra. Il 10 febbraio il matrimonio, con quel ragazzo nato a Sermide nel 1922 e che era stato all’università, facoltà veterinaria, «prima di entrare nella lotta antimalarica». Poi, dalla Lombardia alla Sardegna, a Baunei, assieme per la vita. «Ho avuto un marito d’oro», racconta ancora la donna che le è stata vicina fino all’ultimo giorno, arrivato nel 1990. «Lui amava la solitudine, la casa, la vigna sù a Istolu. Galline, faraone, tacchini, pavoni, anche asini, rane e anguille. Insomma: tutto ciò che era natura». Non a caso la stanza del suo ufficio è ancora stipata di volumi scientifici, tra mille fotografie che fanno la storia della famiglia e della comunità intera, e raccolte ordinate di minerali e insetti.
E pensare che quella stessa natura d’Ogliastra tanto amata da Menghini era stata spesso feroce con la sua dolce signora delle nascite. «Vento, pioggia e anche neve. Da Baunei andavo anche a Barisardo, a Talana, ad Arbatax, Urzulei, Tortolì, Lotzorai. A qualsiasi ora, che fosse di giorno o fosse di notte. Appena qualcuna aveva le doglie mi chiamavano e io dovevo partire. A piedi, a cavallo di un asino o magari nel furgone di un camion. Molte volte mi accompagnavano i carabinieri o i poliziotti. Venivano a prendermi. Una volta un certo “Millelire” mi fece strada fino ad Ardali, vicino a Triei. Anche la notte precedente il mio parto, avevo assistito una ragazza».

Davanti ai banditi
Erano anni, quelli, dov’era facile imbattersi con il tifo o con il carbonchio. «Ci si salvava solo con la penicillina». Ma per la signora Bice diventava ancora più facile incontrare banditi nascosti negli anfrati dei monti. «I mariti venivano fuori dagli ovili una volta al mese. Poi tornavano a lavoro e quando nascevano i figli non avevano neanche il tempo di andare a registrarli». Era questa la dura legge della campagna. E anche per i latitanti non era certo facile: «Mi capitò di trovarmene uno di fronte, con il fucile in mano. Mi riconobbe e mi salutò come mi salutavano tanti altri. Con rispetto».
Tempi da centoventi, centotrenta bambini l’anno, solo a Baunei. Con venti, trenta visite, «anche quaranta», per ogni donna, nella gravidanza e nel puerperio, «fino a quando non cadeva l’ombelico». Sa levadora passava di casa in casa: puliva dove c’era da pulire e accendeva il fuoco prima di andare avanti. «È anche vero che ho avuto la fortuna di lavorare con medici condotti straordinari. Il dottor Manuele Foddis e poi suo figlio Italo. E poi ancora il dottor Paolo Fulio. Ad ogni primo parto chiamavo il medico, perché il medico è sempre il medico». Ma quelli scherzavano e andavano ripetendo in giro che il vero professore, «dall’ombelico in giù», era lei: Filomena Bice Ravarotto. Sempre da una parte all’altra negli angoli d’Ogliastra. Nonostante abbia vinto titoli per altre zone: a Lodè come a Gonnosfanadiga.
Le cose hanno iniziato a cambiare con l’arrivo dei motori. «Dopo vent’anni di professione ho preso la macchina, il primo modello della Fiat 600». E con quella, signora Bice, ha continuato a lavorare mentre i bambini sognavano ancora una cicogna in volo. «A volte i carabinieri mi davano la benzina per muovermi da un posto all’altro». Tutto più facile, comunque, con la quattroruote. Diventata presto una vera e propria passione.

L’automobile
«Dopo dodici anni mi son presa una Fiat 127». Con la pensione, nel 1985, trentotto anni di contributi alle spalle, è arrivata anche una Fiat Uno, bianca, «che faccio controllare spesso». Perché signora Bice non ha mai perso la voglia di muoversi in libertà, «di scarrozzarmi», di andare a trovare le donne che hanno partorito con lei davanti. Donne che in alcuni casi sono sulla stessa linea di parentela, fino a tre generazioni.
«Mi hanno tutti voluta tanto bene» dice commossa. Trema nelle parole che lascia andare mentre guarda l’immaginetta di Santa Rita illuminata dal fascio di luce che arriva dalla vallata ogliastrina. Poi tira fuori un ritratto di Don Bosco: «Mio marito lo invocava sempre» aggiunge. E subito il pensiero vola alto verso quell’uomo sbarcato con lei dalla provincia mantovana. L’uomo che le ha dato due figli, sempre presenti negli occhi di questa madre che ha fatto nascere migliaia di bambini. Felice di avere ora quattro nipoti, tra i quindici e i venticinque anni, studenti alle superiori o all’università. A Baunei e a Cagliari. Da dove le hanno spedito un pacco. Lei, che ama tanto i libri, lo ha scartato e ha trovato un volume della Guanda a firma di Laurel Thatcher Ulrich: «La storia di una levatrice».

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Is janas biviant in mesu a is roccas. Issas fiant pitticheddas, pitticheddas, ma fiant bellas medas e arrennegosas. Potanta i didus finisi e non fadianta altra cosa che tessi is sciallus e is cropettus cun fillusu de oro e de pratta. Fiant meda arriccasa e podianta tenni tottu su chi ollianta. Issasa, prima de obresci, si ponianta a cosiri, e a scurigadrosciu andanta a sprasci is tellasa a suba de sa rocca.

U merì, una de custa Janas est andada a sprasci is i sciallus e is cropettus asuba de is arroccasa, e dopu esti torrada a domu sua. In cuss’ ora esti passau u omini a quaddu, e a biu cussas tellasa bellasa e, allestru cumenti un lampu, si nd’hat furau una. Ma sa Jana si nd’est accattada e d’ ha sighiu, appiccigada a sa coa de su quaddu, tzerriendi:
- Torrami su sciallu, bruttu furoi!
Insandusu cuddu dda rispondidi:
- Ma ita ollisi, sinzuledda?! Ti giau ua spruzzigada e t’appu’ a streccai.
Ma cudda Jana, po cantu pitticheddedda, d’hat vittupperiau trottiscendiddi sa coa, fiasa a candu ci d’ha fattu arrui in d’u burroi, quaddu e tottu, cantu fiada.

Traduzione:

Le Jianas vivevano in mezzo alle rocce. Esse erano piccole, piccole, ma erano molto belle e dispettose. Avevano le dita sottili e non facevano altro che tessere gli scialli e i corpetti con fili d’oro e d’argento. Erano molto ricche e potevano avere tutto ciò che volevano. Esse, prima che albeggiasse, si mettevano a cucire, e all’imbrunire andavano a spargere le tele sopra le rocce.

Una sera, una di queste Janas andò a spargere gli scialli e i corpetti sulle rocce, e poi ritornò alla sua casa. In quel momento passò un uomo a cavallo, che vide quelle belle tele e, svelto come un lampo, ne rubò una. Ma la jana se ne accorse e lo inseguì, appiccicata alla coda del cavallo, gridando:
- Ridammi lo scialle, brutto ladro!
Allora l’uomo rispose:
- Ma che cosa vuoi, zanzarina? Ti dò un colpo che ti schiaccia!
Ma la jana, per quanto piccola, riuscì a farlo cadere in un burrone, con tutto il cavallo, tanto lo infastidì torcendogli la coda.

Da quel giorno le fate furono padrone delle case di roccia che per leggenda portarono il loro stesso nome.

Il mare che ancora ne condivide segreti  con le sue spume racconta la loro storia all’imbrunire di ogni alba in sardegna.

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La Sardegna essendo una terra molto antica conserva delle tradizioni piuttosto curiose ed interessanti. Una tra queste è la ” Medicina Sarda ” abbastanza famosa in quanto si mischia anche alla magia. Ciò su cui vorrei soffermare la mia attenzione è “La Medicina dell’Occhio ” . Questo è un rituale molto antico ed uno fra i più conosciuti. Pare che il malocchio venga trasmesso tramite gli occhi. Ebbene si! E’ uno sguardo carico di invidia nei confronti di qualcuno o qualcosa. Ma è strano il fatto che chi invia questa negatività può esserne addirittura ignaro e quindi fare ciò senza volerlo.

Il rituale è semplice e ciò che occorre possedere è un bicchiere in cui viene versata dell’acqua è verrà riempito solo per metà; poi del grano o del riso e delle pietrine di sale. Si prende il bicchiere, si fa il segno della croce e poi si pronunciano due preghiere specifiche per questo tipo di rituale 3 volte consecutive. Fatto ciò si gettano il grano e il sale nel bicchiere e poi si controllerà se gli occhietti (ma in realtà si formano delle bollicine e anche delle bolle grandicelle) si sono formati. Queste bolle possono formarsi alle estremità del grano, questo significa che il malocchio ha preso la nostra testa e quindi accuseremo una forte emicrania che potrebbe essere accompagnata da vomito. Se la bolla invece si forma al centro del grano allora il malocchio è nello stomaco, perciò avremo forti fitte alla pancia accompagnate da coliche e anche da vomito. Nei casi più disperati le bolle possono formarsi su tutta la superficie del chicco di grano. I sintomi comunque possono essere di diversa natura, anche la pesantezza agli occhi, febbre, stanchezza cronica. Finito il rituale si usa far bere un sorso dell’acqua del bicchiere, e in teoria il malocchio dovrebbe essere svanito e quindi curato. Ma alle volte accade che è talmente forte che il rituale va eseguito più volte. Alcuni riescono a percepire anche se questa negatività è stata inviata da un uomo o una donna.
Chi si appresta a togliere il malocchio del povero o della povera malcapitata non è una persona a caso. Di solito chi svolge il rituale lo fa perché gli è stato tramandato dai propri avi. E’ un rituale che si tramanda di generazione in generazione infatti, anche se questa pratica con il tempo sta scomparendo. Colui o colei che si accinge ad insegnare a qualcuno questa pratica magica e misteriosa non potrà mai più esercitarla e alcuni sostengono che si puo svelare il segreto solo la notte di Natale.
Ovviamente ognuno è liberissimo di crederci o meno, il mio scopo è semplicemente quello di scrivere delle informazioni particolari che possano suscitare un minimo di curiosità a chi legge. Come ben sappiamo l’occulto e la magia rimangono sempre un mistero e non si sa ancora se esistano o meno, noi possiamo solo documentarci e con il tempo formulare una nostra opinione. Però sicuramente è un rituale che conserva quel non so che di magico e antico …. Speriamo che queste tradizioni non svaniscano mai perché fanno parte del nostro passato e quindi della nostra storia.

 

 

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Fino a qualche decennio fa in Sardegna si praticava l’eutanasia.

Era compito di sa femmina accabbadora procurare la morte a persone in agonia.

Studi approfonditi e analisi della documentazione rinvenuta presso curie e diocesi sarde e presso musei, hanno accertato la reale esistenza di questa figura.
S’accabadora era una donna che, chiamata dai familiari del malato terminale, provvedeva ad ucciderlo ponendo fine alle sue sofferenze.
Un atto pietoso nei confronti del moribondo ma anche un atto necessario alla sopravvivenza dei parenti
soprattutto per le classi sociali meno abbienti: negli stazzi della Gallura e nei piccoli paesi lontani da un medico molti giorni di cavallo, serviva ad evitare lunghe
e atroci sofferenze al malato.
Sa femmina accabbadora arrivava nella casa del moribondo sempre di notte e, dopo aver fatto uscire i familiari che l’avevano chiamata
entrava nella stanza della morte: la porta si apriva e il moribondo, dal suo letto d’agonia, vedeva entrare sa femmina accabadora vestita di nero, con il viso coperto,
e capiva che la sua sofferenza stava per finire.
Il malato veniva soppresso con un cuscino, oppure la donna assestava il colpo de su mazzolu provocando la morte.

 
S’accabbadora andava via in punta di piedi, quasi avesse compiuto una missione, ed i familiari del malato le esprimevano profonda gratitudine per il servizio reso al loro congiunto offrendole prodotti della terra.
Quasi sempre il colpo era diretto alla fronte, da cui, probabilmente, il termine accabbadora, dallo (spagnolo?) acabar, terminare, che significa alla lettera dare sul capo.
Su mazzolu era una sorta di bastone appositamente costruito e che si puo’ vedere nel Museo Etnografico Galluras.
E’ un ramo di olivastro lungo 40 centimetri e largo 20, con un manico che permette un’impugnatura sicura e precisa.
Su mazzolu esistente al museo Galluras e’ stato trovato nel 1981: s’accabbadora lo aveva nascosto in un muretto a secco vicino a un vecchio stazzo che una volta era la sua casa.

In Sardegna s’accabbadora ha esercitato fino a pochi decenni fa, soprattutto nella parte centro-settentrionale dell’isola.
Gli ultimi episodi noti di accabbadura avvennero a Luras nel 1929 e a Orgosolo nel 1952.
Oltre i casi documentati, moltissimi sono quelli affidati alla trasmissione orale e alle memorie di famiglia.
Molti ricordano un nonno o bisnonno che comunque ha avuto a che fare con la signora vestita di nero.
A Luras, in Gallura, s’accabbadora uccise un uomo di 70 anni. La donna non fu condannata e il caso fu archiviato.
I carabinieri, il Procuratore del Regno di Tempio Pausania e la Chiesa furono concordi che si tratto’ di un gesto umanitario.
Infatti tutti sapevano e tutti tacevano, nessuna condanna sembra sia stata mai perpetrata nei confronti di questa donna missionaria che si faceva carico materialmente e moralmente di porre fine alle sofferenze del malato.
La sua esistenza e’ sempre stata ritenuta un fatto naturale… come esisteva la levatrice che aiutava a nascere, esisteva s’accabbadora che aiutava a morire.
Si dice addirittura che spesso era la stessa persona e che il suo compito si distinguesse dal colore dell’abito (nero se portava la morte, bianco o chiaro se doveva far nascere una vita).
Questa figura, espressione di un fenomeno socio-culturale e storico e’ la pratica dell’eutanasia, nei piccoli paesi rurali della Sardegna
e’ legata al rapporto che i sardi avevano con la morte.
Nella cultura della comunita’ sarda, non e’ mai esistito una vera paura di fronte agli ultimi istanti della vita dell’uomo.
Si puo’ anzi dire che i sardi avessero una propria e personale gestione della morte, considerata il naturale ciclo della vita.

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In questa foto avevo piu’ o meno 25 anni
uno degli anni piu’ felici della mia vita
dove tutto appare un po’ sfida un po’ vittoria, hai una forza grande e sfrenata dentro…
Ma a lungo crescere,.. scopri di non dover combattere piu’ contro nessuno,
che tutto e’ un regalo, ma proprio TUTTO!!
ogni attimo, ogni respiro.
Ciresell oggi  non e’ in gara 
Ciresell ha sete di una vita semplice.
L’anno scorso ho comiciato cosi a ritrovare l’adulto che volevo da me, la donna che sento dentro.
Guardando questa triste registrazione di un CARUSO impreciso, sofferto, cantato quasi piangendo.
l’abbandono era rassegnazione.
Risentivo solo la voce che di potenza si vestiva nonostante i dolori e resisteva per qualcuno o qualcosa.
Adesso.. la Musica non e’ una GARA … vive per me , dentro di me.
Questo vibrato fa accorrere la gente,… lei che beata assiste al disegno sempre divino
colorato da queste corde che porto da sempre
E se personaggio fosse non sarebbe importante
Il mio compito e’ un altro , si chiama Incontro!
Ora sono qui, senza trucco, trasandata nella stanza che deve solo ascoltare
l’opera di tutte le emozioni che si concedono incrociandosi in armonici
Chi vuole puo’ ascoltarmi qui dove non c’e’ premio da ritirare.

Il presente post e’ stato scritto in relazione all’invito di partecipazione al concorso “CANTO WEB” che non mi vedra’ tra i candidati.

VEDI nel  SITO :  www.avariateam.com  Ringraziando comunque gli organizzatori. 

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Dopo una strappatissima intervista pubblicata su http://musicamore.blog.tiscali.it/2011/10/13/intervista-a-i-ratti-matti/

DALL’ IDEA GENIALE DI UN FANTASTICO GEMELLAGGIO RITORNANO!!!!

TAMURITA- RATTI MATTI

PRENOTATE LA VOSTRA NOTTE DI HALLOWEEN!!

IN ESCLUSIVA ZERO CLUB

VIA CALAMATTIA, 21 PIRRI (CA)

31 OTTOBRE 2011

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SARETE PROTAGONISTI!

 

 

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SEPANG (Malesia), 23 ottobre 2011

Tragedia al secondo giro del GP di Malesia. Il 24enne italiano cade e viene travolto. Inutili i soccorsi. Nel 2008 era stato Mondiale in 250

Marco Simoncelli, 24 anni, deceduto in Malesia. Afp
Marco Simoncelli, 24 anni, deceduto in Malesia. Afp

Tragedia al GP di Malesia. Marco Simoncelli è morto, travolto al secondo giro dalle moto di Edwards e Rossi, dopo essere caduto da solo. Il pilota italiano, campione del mondo 250 nel 2008, aveva 24 anni. Simoncelli è scivolato in uscita di curva, restando attaccato alla moto, che ha piegato inspiegabilmente verso il centro pista: lì Marco è stato colpito dalla Yamaha di Edwards e dalla Ducati di Valentino Rossi. Il pilota statunitense e Sic sono caduti, mentre Rossi ha proseguito la marcia nell’erba restando in piedi. Le conseguenze peggiori, però le ha subite Marco, che nel fortissimo impatto ha perso il casco, rimanendo immobile riverso in pista. Scena raggelante. Immediati i soccorsi, gara cancellata. Ma nonostante il prodigarsi dei medici della Clinica Mobile, non c’è stato nulla da fare.

il dramma — Simoncelli è stato subito portato al centro medico della pista dove è arrivato in stato di arresto cardiocircolatorio, con lo staff medico che ha disperatamente cercato di salvarlo. Dinamica di incidente molto simila a quella di Misano, in Moto2, dell’anno scorso, con Alex De Angelis e Scott Redding, che falciarono, incolpevolmente, il povero Tomizawa già caduto, l’ultimo pilota morto in pista nel motomondiale, prima di questo maledetto GP di Malesia. Il padre di Marco Simoncelli, Paolo, ha chiesto che gli organi del figlio, deceduto nel secondo giro del Gp di Malesia a Sepang, fossero donati, ma non è stato possibile perché il pilota è arrivato al centro medico già in arresto cardiaco.

1′ di silenzio nello sport — Tutto il mondo dello sport italiano piange la scomparsa di Simoncelli: il presidente del Coni Petrucci, ha disposto che su tutti i campi di tutte le attività sia osservato 1′ di silenzio.

incidente analizzato a fondo — Il responsabile medico della Direzione di gara, il Dott. Claudio Macchiagodena ha dichiarato: “Sono davvero scosso e triste all’idea di essere qui per parlare della morte di Marco Simoncelli, un amico. È rimasto coinvolto in un brutto incidente durante la gara, è stato investito dagli altri piloti, ha subito un grave trauma alla testa, al collo e al torace. Quando il nostro staff medico l’ha raggiunto era privo di conoscenza. In ambulanza hanno cominciato la rianimazione cardiaca polmonare, e una volta arrivato al Centro Medico, grazie all’aiuto di dottori locali e della Clinica Mobile, è stato intubato ed è stato così possibile rimuovere parte del sangue presente nel torace. la rianimazione cardiaca polmonare è stata applicata per 45′ con l’obiettivo di aiutarlo il più a lungo possibile. Sfortunatamente, ogni tentativo è risultato vano e alle 16:56 (ora locale) abbiamo dovuto ufficialmente dichiarare la sua morte”. Paul Butler, membro della Direzione di Gara ha poi risposto ad una domanda riguardante la perdita del casco di Simoncelli durante lo schianto dicendo: “Se riuscirò a dare una risposta, lo farò in un’altra occasione. Le conseguenze e le circostanze che riguardano l’incidente saranno oggetto di studi approfonditi”.

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il profilo — Marco Simoncelli era nato 24 anni fa a Cattolica, ma viveva a Coriano, e aveva iniziato a gareggiare sulle due ruote da piccolo. Dopo gli inizi e le battaglie in minimoto, con uno dei grandi rivali con cui avrebbe poi incrociato ancora le traiettorie anche in MotoGP, Andrea Dovizioso, Marco Simoncelli, un prodotto della Romagna veloce, genuina e ruspante, nel 2002, dopo essere stato campione europeo della 125, debutta nel mondiale con l’Aprilia, a Brno. Il primo successo nel 2004, in Spagna, poi il salto in 250 nel 2006, con la Gilera. Tre stagioni, e nel 2008 arriva il Mondiale, con 6 vittorie, trionfo che gli aprirà, nel 2010, le porte della MotoGP, dove si mette subito in evidenza per la sua velocità.

Marco Simoncelli, 24 anni, iridato nel 2008 in 250. LaPresse
Marco Simoncelli, 24 anni, iridato nel 2008 in 250. LaPresse

un brillante 2011 — Quest’anno brilla soprattutto in prova, con le due pole in Catalogna e Olanda, lasciando perplessi, però sul rendimento in gara, dove l’esuberanza lo penalizza in varie circostanze mentre si stava mettendo in mostra. Dopo tante delusioni – e polemiche, scatenate da molti colleghi, cui non è simpatico, e che non ne gradiscono la guida così aggressiva, ritenendola pericolosa per sé e gli altri -, finalmente la gioia del podio, proprio a Brno dove aveva debuttato nel motomondiale. In precedenza, però, il suo profilo di pilota era più noto per gli incidenti – su tutti quello con Pedrosa a le Mans – frutto di una guida al limite, generosa oltremodo, che aveva anche fatto dire scherzosamente a Rossi: “Il Sic è un bastardo, guida così, ti passa in un punto in cui se non ti rialzi tu, si rischia di cadere entrambi”. Proprio la settimana scorsa, in Australia, il suo migliore risultato, 2°, con la speranza di migliorarsi ancora, forte anche della rinnovata fiducia che la Honda gli accorda per il 2012, quando aveva strappato un contratto da ufficiale, sempre con il team Gresini.

Marco Simoncelli, 24, con Valentino Rossi: erano amici. Afp
Marco Simoncelli, 24, con Valentino Rossi: erano amici. Afp

la sua vita — Diplomato in gestione delle comunità alberghiere, aperto, sorridente, gioviale, un pilota disponibilissimo con tutti, Marco lascia il papà Paolo, che lo seguiva sulle piste e che per assecondarlo nella sua carriera di pilota ha lasciato la sua attività; la mamma Rossella; l’adorata sorellina Martina; la fidanzata Kate e un grande vuoto. Non solo per quello che avrebbe potuto dare in pista, al motociclismo mondiale e al tricolore. Una bella persona, l’erede di Rossi, di cui era amico, per talento e velocità, esuberante come lui, vezzoso con quella capigliatura foltissima che era diventato un suo marchio. Uno mai banale. Uno vero. Uno che ci lascia tutti al buio. Senza parole.

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Mucche, cavalli, capre, pecore, galline, maiali: sono i donatori di una sostanza fondamentale per l’ecosistema e fortemente rivalutata dai giardinieri che lo scelgono . L’umile letame torna giustamente protagonista in giardino e in terrazzo, chiamato a svolgere il ruolo che per millenni aveva ricoperto prima di essere un po’ “ Dimenticato” con l’avvento dei concimi di sintesi: nutrire le piante, in quel ciclo naturale così essenziale e anche così fragile e delicato. Chi vive in campagna, a stretto contatto con gli animali, ha meno ritrosia nei confronti di una materia così umile e quotidiana. È abituato ad accettare la Natura in ogni suo aspetto, anche quello meno… profumato.

Cosi in un mondo di escrementi o “Monnezza”
Come chi non sa cosa sia
troviamo di utile cio’ che sembra invalore.
La ricchezza di chi produce verosimilmente organico riciclandone altro amorfo.

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Questo sesto senso Trema e Suda sotto vesti di femmina

l’abito indossa quel tango che di niente ha paura, sfida tutto e chiunque

Adesso dove il dubbio svanisce

qui dove il calore s’investe e palpita

Libera ingoia la passione e i passi pericolosi rimangono i piu’ eccitanti momenti d’estasi goduta

ora che esplosione diventa pudore sotto lenzuola fradice

senti il profumo dell’istinto animale che approda

sconfigge tutti

la coscenza si fa primitiva dentro

combatte gli umori

graffia l’ardore che rompe il selenzio del buio

ma lei… “La femmina” appartiene a quel ballo che la porta via lontano.

 

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